La battilarda: un mondo in un oggetto

Vita quotidiana, uso delle risorse e saperi del passato contadino

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Considero questo oggetto una sorta di totem del Museo, uno degli oggetti più rappresentativi delle condizioni di vita che qui vengono raccontate. È, in qualche modo, il mio oggetto d’affezione. Perché i musei vivono anche delle passioni e degli interessi di chi li dirige.
Si tratta di un tagliere di legno, solidissimo e molto pesante, realizzato in legno di quercia, almeno secondo quanto mi riferiscono gli esperti.
Questo tagliere, più propriamente chiamato battilarda o battilunta, veniva utilizzato per preparare il battuto con il grasso animale, base della cucina familiare dei giorni festivi.
“Battere” era segno, se non di ricchezza, almeno di un minimo di benessere. Mia nonna, originaria di Piansano, un paese qui vicino, mi raccontava che a volte, la domenica, si batteva con forza il coltello sulla tavola, persino a vuoto alle volte, quando non c’era nulla da mettere tra la lama e il legno. Lo si faceva semplicemente per non sfigurare, almeno alle orecchie delle altre famiglie del vicinato.
Osservando bene il tagliere, si notano degli incavi: fori che corrispondono più o meno, in negativo, alla forma del coltello. In un punto il legno è addirittura sfondato.
Quanto tempo, quanti anni, quanti pranzi e quante cene dei giorni di festa saranno stati necessari per consumare questa solida tavola e segnarla in questo modo?
Oggi non siamo più abituati a continuare a utilizzare gli oggetti quando mostrano i segni dell’usura, per ragioni estetiche oppure per questioni legate a una certa idea di igiene o di decoro.
Fino a qualche decennio fa le cose andavano diversamente. Ogni oggetto veniva utilizzato fino alla fine del proprio ciclo, fino a quando l’usura non ne impediva definitivamente la funzione.
Magari questo tagliere, una volta divenuto inadatto al suo uso originario, sarebbe stato reimpiegato per realizzare qualcos’altro: una mensola oppure uno sgabello. Perché in quel mondo, nel mondo che in questo museo viene raccontato, e da cui questo oggetto proviene, non si buttava via nulla.
Non si tratta di celebrare nostalgicamente il passato o di suggerire che “si stava meglio quando si stava peggio”, come recita l’adagio. Un museo come quello di Latera ha però la possibilità di suggerire, mettendo in scena altri modi di vivere rispetto al nostro, modi di vita lontani nel tempo o nello spazio, che un diverso rapporto con le risorse e con gli oggetti era (ed è) possibile. Mi sembra un tema estremamente attuale.
Musei come questo non conservano soltanto il passato, ma anche il futuro. I musei etnografici non sono, o non dovrebbero essere, semplici stanze da contemplare, ma luoghi capaci di arricchire il futuro di differenze, competenze e saperi.
In una bella intervista del 2009, Pietro Clemente, grande antropologo, diceva:
«I musei devono fare torte, dare ricette e tisane, fare corsi di intrecciatura, far suonare zampogne, fare feste, maschere, gioielli».
Tutte queste abilità, queste conoscenze e questi saper fare, che in passato andavano di pari passo con la povertà e rappresentavano l’altra faccia della scarsità delle risorse e della necessità di arrangiarsi, oggi costituiscono una ricchezza.
Sono un patrimonio inestimabile di differenze e varietà che il museo può donare alle generazioni future.

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La storia del Museo della terra di Latera