La festa agricola di Sant’Isidoro. Terra e lavoro a Latera
La celebrazione dei lavoratori della terra tra passato e presente
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Nella festa di Sant’Isidoro agricoltore, che si svolge a Latera nel mese di maggio, emerge in modo esplicito il tema della terra e del lavoro agricolo, nucleo di riflessione attorno al quale è stato concepito questo Museo.
A Latera Isidoro non è il patrono dell’intera comunità, ma di una corporazione o, più precisamente, degli eredi ideali di quella che un tempo fu la bifolcina, ovvero la corporazione dei bifolchi: le persone che lavoravano la terra impiegando le vacche come forza motrice degli aratri.
Momento centrale della ricorrenza è quello che il Comitato organizzatore dei festeggiamenti ha definito il “contrasto tra il bracciante e il latifondista”. Si tratta di una scena di teatro popolare che rievoca il mito di fondazione del culto del santo.
Nella sua articolazione essenziale, la festa prevede la sfilata di mezzi agricoli lungo le vie del borgo fino alla chiesa di San Sebastiano. La sfilata si apre con una coppia di vacche aggiogate che trascinano una coltrina e prosegue con trattori motorizzati, dal più piccolo al più grande.
Una volta raggiunta la chiesa di San Sebastiano, ha inizio la scena di teatro popolare. Viene rievocato l’incontro tra Juan de Vargas, proprietario terriero, e Isidoro. Il primo rimprovera al secondo di aver abbandonato il lavoro nei campi per andare a messa. Isidoro mostra allora al proprietario che, al suo posto, un angelo sta guidando le vacche e l’aratro. Il proprietario, dopo aver constatato di persona l’evento prodigioso, si pente e chiede perdono al santo per la propria arroganza.
Più volte è stata messa in evidenza l’esistenza, nella Latera del passato, di un’economia agricola basata sul latifondo. La proprietà della terra era concentrata nelle mani di pochissime famiglie, mentre gran parte della popolazione era costretta a vivere in condizioni di miseria e sfruttamento, con giornate lavorative che andavano dall’alba al tramonto, sette giorni su sette, e con una paga irrisoria.
Sant’Isidoro era quindi la figura nella quale si identificava la maggior parte dei lateresi, essendo il protettore degli agricoltori e più in generale di tutti coloro che traevano il proprio sostentamento dalla terra.
La presenza nel rito di una coppia di buoi aggiogati all’aratro era così determinante che, negli anni Sessanta, quando gli animali divennero ormai introvabili perché sostituiti dalle macchine agricole, la celebrazione venne sospesa.
Fu ripresa nei primi anni Novanta del Novecento grazie a un gruppo di persone che riconobbero in questa festa, caduta in disuso ma ancora viva nella memoria dei lateresi più anziani, un elemento fondamentale del senso di appartenenza alla comunità.
Queste persone si impegnarono in un lavoro di recupero della memoria e di riproposizione della celebrazione, che continua ancora oggi.



